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Museo di Santa Giulia || monili

Wednesday, August 27th, 2008

Il Museo di Santa Giulia si trova in Via dei Musei lungo l’antico decumano massimo nel cuore della Brixia romana. È ospitato all’interno del monastero di Santa Giulia fatto erigere per volere di Re Desiderio in epoca Longobarda.

La zona sottostante al Museo è ricca di reperti archeologici di varie epoche, in maggioranza appartenenti a epoca romana, molto ben conservati e custoditi in una moderna struttura rispettosa dei reperti.

Degne di nota sono le Domus dell’Ortaglia ottimamente conservate (Domus di Dioniso, Domus delle Fontane), Santa Maria in Solario, il Coro delle Monache, il Viridarium, la croce di Re Desiderio.


Sezioni del museo

Le sezioni in cui è suddiviso il museo sono:

  • Storia del monastero;
  • L’età preistorica e protostorica;
  • L’età romana – Il territorio;
  • L’età romana – La città;
  • L’età romana – Le iscrizioni;
  • L’età altomedioevale – Longobardi e carolingi;
  • L’età del comune e delle signorie;
  • L’età veneta – L’immagine della città e la scultura monumentale;
  • L’età veneta – La dimora;
  • Collezionismo e arti applicate;
  • La storia urbana.


Principali opere

La visita al museo inizia nei sotterranei del monastero dove è proposta la storia dei primissimi insediamenti preistorici nel territorio bresciano, seguendone l’evoluzione fino a giungere all’epoca della conquista della zona da parte di Roma. Significativi sono i reperti artigianali Celtici che testimoniano la grande abilità manifatturiera delle popolazioni dell’epoca: sono visibili, tra gli altri, ottimi esemplari di braccialetti e monili di vario genere.

Successivamente si giunge alla sezione della dominazione romana. Qui è possibile ammirare testimonianze sia della vita pubblica che della vita privata tipici dell’epoca. Sotto Vespasiano, Brescia conobbe un notevole sviluppo con la costruzione del centro monumentale, tutt’ora esistente e visitabile, che attorno al foro comprendeva il Capitolium, la basilica ed il teatro. Sono presenti alcune ricostruzioni che mostrano come doveva presentarsi all’epoca il centro di Brescia. L’attrattiva principale del museo è costituita dalla statua della “Vittoria Alata”. Oltre alla vita pubblica è possibile vedere uno spaccato della vita privata dell’epoca grazie alle domus private ricche di mosaici ed affreschi. Spiccano tra le altre le domus dell’Ortaglia.

La sezione successiva illustra la vita all’epoca dell’arrivo delle popolazioni germaniche nel territorio bresciano. Goti, Longobardi e Carolingi modificarono in modo significativo il territorio di Brescia soprattutto con l’abbandono degli antichi edifici romani a favore di costruzioni in più povero legno e fango.

Reperti provenienti da edifici ormai scomparsi, introducono alla parte seguente che testimonia il periodo comunale. Principali attrattive sono gli affreschi provenienti dal Broletto, la statua di San Faustino a cavallo e la statua di Berardo Maggi proveniente dal convento di San Barnaba. Si giunge quindi alla chiesa di San Salvatore passando per l’antico refettorio del quattrocento.

Al piano superiore si trovano le sezioni riguardanti le arti applicate raggruppate secondo modelli abitativi e collezioni. Da rilevare la ricomposizione del ciclo di affreschi realizzati dal Moretto su commissione del Vescovo Mattia Ugoni.

Infine si giunge all’edificio di Santa Maria in Solario dove sono in mostra i tesori provenienti dal tesoro del monastero tra cui spiccano la Lipsanoteca in avorio e la croce lignea di re Desiderio che è interamente ricoperta di preziosi cammei, oro e argento.

Biancavilla || monili

Wednesday, August 27th, 2008

Biancavilla è una cittadina a 513 m di altitudine sulle falde dell’Etna, 32 Km a Ovest di Catania.

Contents


Storia

Fu fondata l’8 gennaio 1488, quando una colonia di profughi albanesi che scelsero questo sito, assai prossimo all’antica città di Adernò, oggi Adrano, guidati da Cesare Masi, ricevettero il privilegio della “Licentia Populandi” dai presidenti del Regno di Sicilia Santapau e Centelles di insediarsi nella zona allora chiamata Callicari (o Poggio Rosso o Casale dei Greci), e in seguito Albavilla e dal 1599 Biancavilla.

Dopo la morte di Giorgio Castriota Scanderbeg, a causa dell’invasione turca, alcune famiglie albanesi, guidate dal capitano Cesare Masi, preferirono lasciare la patria anziche sottostare al dominio turco. La tradizione popolare narra che questo piccolo gruppo di profughi, portando con se l’immagine bizantina della Madonna dell’Elemosina (della Misericordia) - detta di S. Luca per il volto dal colorito bruno - un reliquario d’argento con una statuetta e reliquia di S. Zenone, una croce di legno e una campana, dopo una breve sosta presso le colonie già esistenti nel Gargano, muovendo da Catania nel 1482 circa, si fermò per riposarsi in un terreno denominato (come già detto) Callicari o Pojo Rosso. Come vuole la leggenda, la miracolosa icona della Madonna fu appesa ad un fico, il giorno successivo l’icona era inamovibile per un groviglio di rami attorcigliati. Questo fu il segno che rimanere là fosse un preciso desiderio della Vergine. Alcuni continuarono il cammino andando a fondare Piana degli Albanesi presso Palermo, altri costituirono il nucleo fondatore del nuovo insediamento.
La credenza popolare vuole altresì che all’intercessione della Madonna dell’Elemosina si riconducono la liberazione della città dal fuoco dell’Etna, da epidemie, siccità e vicende belliche così che, a riconoscenza di ciò l’icona venne solennemente incoronata con decreto del Capitolo Vaticano firmato dal cardinale Federico Tedeschini il 3 ottobre 1948, mentre il consiglio comunale deliberava l’atto di consacrazione della città alla Vergine santissima.

Assume l’attuale nome alla fine del Cinquecento, forse in omaggio alla regina Bianca di Navarra. Non è una città bianca, anzi il suo colore prevalente, a parte il dignitoso centro storico, con le pregevoli chiese barocche, è dato dal rosso dei mattoni forati delle innumerevoli case mai finite (ultimamente in grande diminuizione), sorte in maniera incontrollata nei decenni passati.


Economia

Grosso centro agricolo, Biancavilla vanta una ricca produzione di fichidindia, agrumi, mandorle e olive che si possono gustare nell’annuale Fiera Agricola che si tiene nel mese di aprile.
Fiorente è l’allevamento di bovini, ovini, equini e caprini grazie anche ai vasti pascoli presenti sul territorio.
Caratteristica è la Fiera dell’artigianato artistico regionale che si svolge ogni anno nel mese di luglio.
La sua economia è da sempre prevalentemente agricola. Dagli anni Novanta esprime timidamente ma sempre più attivamente anche una sua naturale vocazione turistica e ricettiva, in particolare per merito della sua bella pineta, che si estende fino alla località di Serra la Nave e all’Osservatorio astrofisico dell’Università di Catania (quota 1750), con sentieri curati dal Parco dell’Etna.


Tradizioni, folklore e cultura

Notevoli sono i riti e le processioni religiose durante l’anno: la Settimana Santa (con la processione dell’Addolorata e quella detta dei Tri Misteri il venerdì santo e con la Pace la domenica di Pasqua), la “Grande Festa Estiva”, la solenne celebrazione, nell’ultima domenica di agosto, in onore di Maria SS. dell’Elemosina, principale patrona della città, festeggiata anche durante le feste patronali del 4, 5 e 6 ottobre insieme ai veneratissimi compatroni San Placido e di San Zenone.

Fra i nomi illustri legati alla comunità biancavillese citiamo quello del poeta poliglotta Antonio Bruno (1891-1932), poeta e scrittore futurista, che è in continua riscoperta e le sue opere sono oggetto di studi e rivalutazioni critiche e che fondò a Catania la rivista letteraria “Pickwick”, del prevosto mons. Giosuè Calaciura che oltre a curare i restauri della Basilica Santuario si cimenterà a realizzare il civico ospedale, nelle due strutture, e l’Opera Cenacolo di Croce al Vallone e di via san Placido, struttura dedicata agli anziani e agli affetti da infermità mentale. Il famoso umorista Giuseppe Coco a cui è stato dedicato in Francia un divertente libro intitolato “Coco est content”.

Da non perdere le paste di mandorla, gli scumuni (gelati tradizionali di cioccolato e zabaione) e le svariate granite.

Il patrimonio artistico di maggiore rilevanza della città è rappresentato prevalentemente dagli edifici religiosi barocchi del centro storico.

Gli artisti che hanno lasciato opere di grande pregio a Biancavilla sono vari pittori del settecento, fra i quali il più importante è sicuramente Giuseppe Tamo da Brescia, sepolto nella chiesa dell’Annunziata; da ricordare anche il sacerdote scultore biancavillese Placido Portale (vissuto anch’egli nella prima metà del 1700) e Carlo Sada, che ci ha lasciato importanti e pregevoli opere alla fine dell’Ottocento.


Basilica Collegiata Santuario “Santa Maria dell’Elemosina”

Nel settore monumentale è notevole la Chiesa Matrice, Primaziale di Biancavilla, Pontificia Basilica Collegiata, Santuario dedicato a Maria SS. dell’Elemosina.
Il magnifico tempio fu iniziato con ogni probabilità alla fine del 1400; venne poi ampliato nel 1600 e nel 1700 e infine completato alla fine del 1800 dall’ imponente campanile, opera del milanese Carlo Sada. La svettante torre campanaria, con i suoi 46 metri di altezza, è la più alta della provincia di Catania.

La basilica è a croce latina con tre navate separate da grandi pilastri su cui poggiano archi a tutto sesto. Da questi pendono lampadari in vetro di Murano realizzati nella metà dell’ottocento dai biancavillesi come ex voto alla Madonna dell’Elemosina.
La navata maggiore è conclusa dall’imponente presbiterio absidato, separato dal transetto tramite una balaustra in marmo. L’ampio coro è impreziosito dagli stalli lignei del 1700 addossati alle pareti e lavorati a bassorilievo. Dietro l’altare maggiore troneggia su una balconata il grande organo “Serassi”, costruito nel 1863 da G. Puglisi.

Nella parte destra del transetto si apre la sontuosa abside laterale barocca dedicata alla Madonna dell’Elemosina; essa è arricchita da raffinati stucchi dorati ed è chiusa da un’alta cancellata in ferro battuto del 1700, ai cui lati pendono due lampadari votivi perennemente accesi. Al centro di questa straordinaria scenografia campeggia l’altare settecentesco realizzato con pregiati marmi policromi che custodisce durante l’anno la preziosa icona bizantina di Maria Santissima, ritenuta da esperti studiosi (E. Sendler, V. Mutu, R. Bianchi, F. Mignieco) una delle più belle e interessanti della Sicilia.
Dipinta su tavola, l’Icona di origine greco-albanese risale probabilmente al XIV secolo. È stata oggetto di forte venerazione e sin dalla fine del 1400 fu custodita nel tempio mariano. La Madonna dell’Elemosina è la patrona principale e protettrice di Biancavilla e viene appellata anche come Custode delle Genti dell’Etna.
Viene portata solennemente in processione dai membri dell’Associazione “Maria SS. dell’Elemosina”, che ne curano il culto dal 2002, e dal popolo. In questa occasione si presenta rivestita di un ricco manto in argento, con corone in oro e preziosi monili ex voto che vescovi e fedeli le dedicarono nel corso dei secoli.
La processione si svolge due volte all’anno: nell’ultima domenica di agosto e il 4 ottobre. La prima ha inizio in piazza Collegiata con la celebrazione del solenne Pontificale, presieduto da un Padre Cardinale e da uno o più Vescovi. Nel corso della celebrazione il sindaco della città rinnova l’atto di consacrazione del popolo alla sua “Madre e Regina”. Sono frequenti pellegrinaggi di fedeli provenienti da varie parti della Sicilia.

Nella parete sinistra del transetto della basilica si trova un grande portale in legno massiccio che dà accesso alla grandiosa cappella barocca del monaco benedettino San Placido martire, compatrono della città dal 1709.
Nel 1700 fu interamente affrescata dal pittore Tamo da Brescia, che in questo periodo lavorò anche in altre chiese di Biancavilla.
Le pitture raffigurano scene della vita del santo benedettino: sopra la porta d’ingresso, il martirio, sopra la volta l’apoteosi in cielo. Al Santo è inoltre dedicato il maestoso altare barocco che fronteggia la porta d’accesso della cappella.
Al centro di quest’ultimo si apre una porta dorata con decorazioni a bassorilievi. Dietro di essa si custodiscono le reliquie e la statua lignea seicentesca del santo, entrambe portate in processione la mattina del 5 ottobre e la sera del 6 dello stesso mese. Coronano l’imponente porta dorata dell’altare alcuni putti che reggono in mano i simboli abbaziali e quattro grandiose colonne con capitelli corinzi; di queste le due più interne e vicine alla porta sono formate da una base decorata a bassorilievo e da un fusto tortile. Le due più esterne sono lisce e di fusto cilindrico.

Nella parete destra della cappella, in posizione centrale, si trova un altare in marmo con intarsi policromi dedicato a San Zenone martire. Il santo fu, assieme alla Madonna dell’Elemosina, il patrono primigenio di Biancavilla dall’avvento dei padri albanesi fino al sopraggiungere del culto per San Placido, arrivato nel 1602. Da questo momento la venerazione per San Zenone fu quasi dimenticata.
Sopra l’altare in suo onore è posta una tela del Tamo che lo raffigura affiancato da altri due santi. Originariamente la tela nascondeva una antica nicchia contenente un simulacro ligneo di San Zenone vestito con abiti spagnoli, di fattura cinquecentesca.

All’interno della basilica sono inoltre da segnalare le numerose tele sei-settecentesche delle navate laterali, il fonte battesimale, la settecentesca abside laterale sinistra del SS. Sacramento, il grande altare della Sacra Famiglia, il crocifisso ligneo del 1700 opera del canonico P. Portale, l’ampia sagrestia del settecento con i dipinti dei Prevosti della Collegiata e il ricco tesoro costituito da molti pezzi preziosi.
Tra essi ricordiamo:

  • la Riza, “corazza” dell’Icona della Madonna dell’Elemosina, in argento lavorato a sbalzo con corone in oro e pietre preziose incastonate, posta sul quadro della Madonna durante le processioni;
  • l’evangeliario, lo scrigno e il braccio reliquiario di san Placido, tutti in argento;
  • altri reliquiari, tra cui quello in argento di san Zenone portato dai padri fondatori;
  • vari ostensori e calici in argento;
  • una mazza in bronzo lavorato e argento, portata dal Capitolo nelle Messe Pontificali e in altre importanti celebrazioni;
  • pastorali del settecento;
  • piviali e pianete in seta con finissimi ricami in oro del settecento e dell’ottocento;
  • tovaglie d’altare con pendoni ricamati in oro a sbalzo su seta.

La chiesa madre è insignita di diversi titoli e onorificenze come riconoscimento della pietà e della devozione del popolo alla Madonna dell’Elemosina e per le dimensioni del tempio che ne fanno uno dei più grandiosi della Sicilia.

Nel 1746 la chiesa venne elevata al rango di Collegiata (il capitolo canonicale presieduto dal Prevosto) dal vescovo Pietro Galletti; nel 1959 divenne Santuario Mariano Diocesano per volere dell’arcivescovo G.L. Bentivoglio; nel 1970, con bolla In Sanctissimam Cristi Matrem di Paolo VI, venne insignita del titolo di Basilica Minore Pontificia.


Chiesa del Rosario

Ubicata sul lato sud di piazza Roma (la piazza principale) a fianco della Chiesa Madre, la seicentesca chiesa del Rosario con la sua mirabile facciate costituisce, assieme alla Basilica e ai palazzi limitrofi, il centro monumentale di maggior rilievo artistico della città. La grandiosa facciata barocca è opera di Carlo Sada, composta da gigantesche colonne che coronano il portale d’ingresso e da un campanile che si innesta sul secondo ordine della facciata, ai lati del quale stanno due angeli oranti, inginocchiati difronte alla maestosa statua della Vergine del Rosario che giganteggia all’interno della cella campanaria, conclusa da un cupolino maiolicato. L’interno della chiesa si presenta ad un’ampia navata senza transetto, del più puro stile barocco settecentesco, con grandi colonne corinzie adornate di stucchi rappresentanti foglie d’acanto, che separano gli altari policromi di scuola messinese.
Sul primo altare di destra è posta la statua del ‘Cristo alla Colonna’, opera lignea dell’artista locale Sac. Placido Portale, vissuto a cavallo tra fine Seicento e Settecento. Il simulacro è tra i più antichi protagonisti della processione serale del Venerdì Santo biancavillese. Un tempo a partecipare erano solo tre statue (da qui “i Tri Misteri“): il Cristo alla Colonna, l’Ecce Homo ed il Cristo morto.
Custodi da sempre del Cristo alla Colonna sono i confrati dell’Arciconfraternita M. SS. del Rosario. La confraternita fondata il 12 gennaio 1682 è ancora oggi attiva nella chiesa del Rosario con circa sessanta associati.


Chiesa dell’Annunziata

La chiesa sorge nell’omonima piazza, dirimpetto al monumento dei Caduti. Il quartiere storico in cui sorge la chiesa è il più antico dopo quello della Matrice. Il primo nucleo della chiesa risale sicuramente ai primi del seicento, anche se fu notevolmente ingrandita nella prima metà del settecento con l’llungamento della navata centrale e la costruzione del transetto e delle navate laterali, che nello stesso periodo vennero interamente affrescate dal pittore Tamo da Brescia. L’ultimo intervento si ebbe nel 1907, quando, su disegno del Sada, fu addossato all’antica facciata l’attuale prospetto barocco a tre ordini. Come già detto, originariamente la chiesa era completamente affrescata, anche sui pilastri degli archi. l’aspetto attuale è il risultato di stratificazioni di interventi che si succedettero per circa quattro secoli. Dalla intonacatura delle pitture sono stati risparmiati i meravigliosi affreschi della volta centrale, del transetto, del presbiterio e delle cappelle laterali, che sono stati ultimamente sottoposti ad accurati restauri che hanno permesso di riportarli all’antico splendore. Nella chiesa sono custoditi, oltre a pregevolissimi quadri del seicento, alcuni simulacri, di cui il più importante e prezioso è sicuramente quello settecentesco dell’ Ecce Homo, portato in processione la sera dei “Misteri”.


Altre chiese

Notevoli sono inoltre le chiese barocche che si snodano sull’antica via Innessa. Da citare innanzitutto la bellissima chiesa della Mercede, ad un’unica navata completamente affrescata nel ‘700.


Sport

La principale manifestazione sportiva è l’autoslalom di Biancavilla. Praticata è l’atletica, mentre nel calcio vi sono tre società che operano a livello dilettantistico regionale.


Evoluzione demografica


Amministrazione comunale

Macedone || antico stear

Tuesday, August 26th, 2008

Il termine Macedone è usato per definire:

  • l’antica macedone - la lingua parlata in antichi regioni di Macedoni.
  • Macedoni - antico popolo di cui fu re Alessandro Magno.
  • macedone o slavo-macedone - la lingua parlata in Repubblica di Macedonia.
  • come aggettivo, o come aggettivo sostantivato, persona o cosa riferibile alla Repubblica di Macedonia. Vedi anche Lista di macedoni (slavi).
  • Macedone - antroponimo.

Museo delle culture del mondo || monili

Tuesday, August 26th, 2008

Il Museo delle Culture del Mondo è uno dei musei di Genova. È stato aperto in occasione di Genova capitale europea della cultura 2004 al Castello d’Albertis, antica dimora del Capitano Enrico Alberto d’Albertis sul colle di Montegalletto.
Situato nel quartiere di Castelletto, ospita manifestazioni culturali e l’esposizione permanente delle collezioni raccolte dallo stesso d’Albertis, integrate da altre acquisizioni più recenti.

Annesso al polo museale vi è il Museo delle Musiche dei Popoli.

Il percorso di visita attraversa l’abitazione del capitano per approdare ai veri soggetti della rappresentazione museale: le popolazioni indigene di Africa, America e Oceania.

Lungo due itinerari strettamente collegati tra loro - uno proprio del castello e del suo ideatore, ovvero Enrico Alberto d’Albertis; l’altro tipicamente museale riguardante le culture di ogni parte del mondo - è possibile compiere un viaggio nello spazio e nel tempo.
Il capitano appare quindi non solo come l’ideatore della dimora neogotica, sospesa tra influenze esotiche e spunti marinareschi, ma funge anche da filo conduttore di un percorso che, attraverso la Sala colombiana, la Sala gotica, la Sala turca, la Cabina e la Sala nautica, conduce ai popoli visitati in tutto il mondo.

L’allestimento del nuovo percorso espositivo è stato progettato e curato dal professor Massimo Chiappetta.

Contents


Le collezioni

Insieme alle collezioni etnografiche e archeologiche raccolte dal capitano d’Albertis nei suoi viaggi in Africa, nelle Americhe e in Oceania, il museo ospita collezioni marinaresche (modellini di imbarcazioni, strumenti e carte nautiche) e fotografiche, gli spolveri delle meridiane, i volumi della sua biblioteca e le centinaia di disegni per la costruzione del complesso neogotico.

Raccoglie testimonianze e souvenir delle popolazioni incontrate, formando così le collezioni del museo, allestito in stile di gabinetto di curiosità, tra bacheche, panoplie e trofei coloniali e di caccia.

Spiccano, per quantità e varietà, le armi africane sudanesi e dello Zambesi, le lance cinesi e le alabarde europee che via via decorano lo scalone dal piano terra al secondo piano, quasi in un percorso evoluzionistico, secondo i criteri dell’epoca.

L’arredo neogotico, ricco di influssi esotici, particolarmente ispano-moreschi ed orientali, culmina nella Sala turca dove centinaia tra suppellettili, monili, armi, vasi, divani e lampade occhieggiano sotto il pesante tendaggio del soffitto che simula una tenda tra narghilè e uova di struzzo.

Alle collezioni oceaniane raccolte dal capitano si aggiungono quelle del cugino Luigi Maria d’Albertis, primo esploratore del fiume Fly in Nuova Guinea (1872-1878).
Fa parte delle collezioni del museo anche il materiale etnografico e archeologico proveniente dall’estremo settentrionale del Canada, fino a quello meridionale dell’arcipelago della Terra del Fuoco che le Missioni Cattoliche Americane hanno esposto a Genova in occasione delle celebrazioni colombiane del 1992 e poi donato alla città.

Fra queste spiccano per quantità ed importanza i manufatti degli Indiani delle pianure di Canada e Stati Uniti, realizzati in pelle di bisonte e cervide e ricoperti di aculei di porcospino e perline di vetro grazie al paziente lavoro femminile, poiché erano le donne a dedicarsi alla conciatura delle pelli e alla loro decorazione.

Si tratta di mocassini, indumenti, giocattoli, sonagli per la danza, una culla a sospensione, borse per il trasporto e una serie di oggetti legati alla sfera della guerra, della caccia e del fumo della pipa. Il materiale raccolto dai missionari salesiani in Patagonia e Terra del Fuoco fornisce una notevole possibilità di avvicinamento alle culture ormai estinte all’impatto con l’Occidente degli indigeni dell’estrema punta meridionale dell’America del Sud.

Tra il materiale archeologico, sono da ricordare i frammenti maya in tufo vulcanico provenienti dall’acropoli di Copán in Honduras, le cui copie sono state recentemente eseguite in collaborazione con il Peabody Museum of Archaeology and Ethnology di Harvard (Cambridge, Massachussets) e collocate sul sito e nel museo ivi costruito. Ornamenti messicani aztechi e di Teotihuacan, insieme a reperti fittili mayodi dall’Honduras, documentano le tecniche precolombiane mesoamericane di lavorazione della pietra, della conchiglia, della terracotta e dell’ossidiana.

Una grande quantità di reperti archeologici precolombiani fittili e tessili e collezioni etnografiche africane sono state successivamente acquisite dal Comune ed integrate al fondo del capitano poco dopo la sua morte. Nel corso di questi ultimi anni il museo si è arricchito ulteriormente grazie alla donazione di materiale etnografico sudamericano e degli indigeni dell’Arizona.
Nell’estate del 2003 è stata donata una ricchissima collezione di reperti precolombiani dell’Ecuador, che risalgono dalla cultura Valdivia.


In esposizione un Viaggio immaginifico

La dimora di un uomo di mare genovese, qual era appunto il capitano d’Albertis, diventa il punto di partenza per un viaggio che conduce direttamente - attraverso la serie di sale (Sala nautica, Salotto turco, Sala colombiana e Sala delle meridiane) - ai popoli che egli visitò mosso dallo spirito di conoscenza proprio dell’esploratore.

Allo sguardo ottocentesco - carico di suggestione per l’esotico - del capitano, nello spazio del bastione fortificato portato interamente alla luce dal restauro del castello, viene affiancato uno sguardo rinnovato e contemporaneo sul mondo extraeuropeo, in grado di fornire spunti per una riflessione sulla cultura europea e sulle altre culture, con la partecipazione diretta dei veri protagonisti e legittimi attori, le popolazioni native che produssero i reperti raccolti.

L’allestimento espositivo ribalta, in questo senso, la visione corrente del mondo e della rappresentazione museale, avvalendosi del coinvolgimento delle comunità locali ed internazionali, di accorgimenti multimediali e soprattutto di un design che evidenzia la valenza segnica e la pregnanza culturale dei materiali.


Museo delle Musiche dei Popoli

Infine, in collaborazione con la cooperativa Echo Art, il Castello d’Albertis offre, accanto al Museo delle Culture del Mondo, anche un Museo delle Musiche dei Popoli, forte di strumenti, laboratori, spettacoli, mostre, e ascolti dal mondo e intorno al mondo.

L’esposizione permanente di strumenti musicali che rappresentano tradizioni colte e popolari al tempo stesso, consente di attraversare - esaminando da vicino le migrazioni e le esplorazioni, ma anche gli incontri e gli scontri fra culture e poli diversi - il sentiero maestro della musica, nel suo divenire attraverso i secoli.

L’indagine sonora di valenza etnografica si appoggia - e non poteva essere diversamente, in pura epoca telematica - a suoni e immagini arricchiti da testi e video raccolti attraverso i cinque continenti.

Alla parte museale si affiancano concerti, stages, convegni, attività didattiche, conferenze di musicisti e ricercatori.


Altri progetti


Collegamento esterno

  • sito ufficiale

Domus de janas || monili

Monday, August 25th, 2008

Le Domus de Janas - (case delle fate o delle streghe o, secondo qualche studioso, case di Diana) - chiamate in sardo anche con il nome di forrus o forreddus -sono delle strutture sepolcrali costituite da tombe scavate nella roccia e dalle forme più svariate. Sono sovente collegate tra loro a formare delle vere e proprie necropoli sotterranee con in comune un corridoio d’accesso ed un’anticamera, spesso assai spaziosa e dal soffitto alto.

Si trovano in tutta la Sardegna, sia isolate che in grandi concentrazioni qualche volta costituite da più di 40 tombe. Ne sono state ritrovate più di 2.400 sparse su tutta l’isola (più o meno una ogni chilometro quadrato), ma molte rimangono ancora da scavare. Gli archeologi sostengono che siano state costruite tra il IV ed il III millennio a.C..

Sono state attribuite alla Cultura di Ozieri che in quel periodo sconvolse completamente il modo di vivere delle popolazioni sarde. Questa cultura fu propria di un popolo molto laborioso e pacifico, sicuramente venuto dal mare, dedito all’agricoltura (e non alla pastorizia), con una particolare religione che molto probabilmente portarono dalle isole Cicladi, luogo da cui si pensa provenissero: adoravano infatti il Sole e il Toro, simboli della forza maschile, la Luna e la Madre Mediterranea, simboli della fertilità femminile. Statuine stilizzate della Dea Madre sono state spesso ritrovate in queste sepolture e nei luoghi di religione.

Contents


Le varie archittetture

Le grotticelle funerarie sono state scavate su costoni in cui affiorava la roccia viva, una vicino all’altra così da formare nel tempo delle vere e proprie necropoli. Anche se presenti in tutto il Mar Mediterraneo, sull’Isola acquistano un carattere di unicità e straordinarietà per l’accurata lavorazione, per i caratteristici aspetti architettonici e le ricche decorazioni che richiamano quelle che furono le case dei vivi ma su scala ridotta (si pensa più o meno alla metà), dandoci però una precisa idea di come in realtà fossero fatte le case di questi contadini di cinquemila anni fa.

Si possono perciò trovare grotticelle a forma di capanna rotonda con il tetto a forma di cono, ma anche con spazi rettangolari e a tetto spiovente, provviste di porte e di finestre. Le pareti poi, venivano spesso ornate con simboli magici in rilievo, rappresentanti corna taurine stilizzate, spirali ed altri disegni geometrici.


Inumazione

Seguendo particolari riti, il defunto veniva trasferito da quella che durante la sua vita fu la sua casa abituale, in un’altra casa, secondo un antico principio ideale - proprio di queste genti - che presupponeva la continuità eterna dell’essere umano.

I corpi venivano deposti in posizione fetale e - si pensa - venissero dipinti con ocra rossa, così come le pareti della tomba stessa. Accanto alle spoglie venivano deposti oggetti di uso comune facenti parte del corredo terreno del defunto e si pensa anche che venisse lasciato del cibo per il viaggio verso l’ Oltretomba.

Il più famoso archeologo sardo, Giovanni Lilliu, su questo ergomento ha scritto che i cadaveri erano sepolti, non di rado, sotto bianchi cumuli di valve di molluschi. Ma tutti portando con se strumenti e monili della loro vita terrena: punte di frecce di ossidiana, coltelli e asce di pietra, ma anche collane, braccialetti ed anelli di filo di rame ritorto, e tante ceramiche.

Altre ipotesi sostengono che il corpo veniva lasciato all’aperto per scarnificarsi e solo dopo, quando era ridotto ad uno scheletro, veniva riposto nelle grotticelle.


Tecniche di costruzione

Resta ancora oggi un piccolo mistero la tecnica con la quale siano state realizzate, anche in considerazione del fatto che una gran parte delle tombe furono eseguite scavando rocce dure (talvolta nel granito compatto) con i soli strumenti di pietra, gli unici posseduti dai Neolitici. Molte di esse sono state comunque ottenute da strati di roccia calcarea, dunque tenera (tufacea), che ha consentito agli agenti erosivi un processo inesorabile di modifica (in taluni casi assai grave e irreparabile) dell’aspetto delle domus de Janas, sottraendo ad alcuni complessi varie parti architettoniche, quali coperture e colonne, per non citare purtroppo la mancata conservazione degli strati dipinti o delle incisioni parietali.


I vari complessi sepolcrali

Una località dove si trovano rimarcabili vestigia di Domus de Janas, è Sant’Andrea Priu a Bonorva dove la tomba del capo contiene ben 18 camere ed è considerata una delle più grandi del Mediterraneo. In periodo romano e poi in quello bizantino fu trasformata in chiesa rupestre, più volte intonacata ed dipinta con affreschi riferiti alle storie della Vergine, alla vita di Cristo e degli Apostoli.

I raggruppamenti più consistenti sono il complesso ipogeico di Anghelu Ruju presso Alghero, costituito da 36 ipogei, quello di Pani Loriga presso Santadi, e quello di Sant’Andrea Priu nei dintorni di Bonorva, ma sono comunque da segnalare altre presenze di Domus de Janas non meno importanti - per estensione ed interesse archeologico - in moltissime altre aree della Sardegna, come per esempio il complesso ipogeico che si trova a Pimentel in Trexenta, ancora parzialmente interrato e che conserva - sicuramente - altre importanti informazioni sulla storia di queste costruzioni.

Altri importanti siti si trovano a:

  • Brodu, ad Oniferi
  • Genna Salixi, a Sant´ Antonio Ruinas
  • Mandra Antine, a Thiesi
  • Mesu ‘e Montes ad Ossi
  • Necropoli di Montessu
  • Sas Concas, ad Oniferi
  • Sos Furrighesos ad Anela
  • Su Crocifissu Mannu a Porto Torres


Galleria immagini


Bibliografia

  • Lilliu, G.: La civiltà dei Sardi dal neolitico all’età dei nuraghi. Torino - Edizioni ERI - 1967.
  • AA.VV. La civiltà in Sardegna nei secoli - Torino - Edizioni ERI.
  • Aa.Vv., Ichnussa. Sardegna dalle origini all’età classica - Milano, 1981.
  • Moravetti A.: Guide archeologiche Sardegna 2 - 1995


Collegamenti esterni

  • Domus de janas di Arzolas de Goi - Nughedu Santa Vittoria (OR)


Voci correlate

  • Civiltà nuragica
  • Castelsardo
  • Sardegna
  • Cultura di Ozieri
  • Cultura di Arzachena
  • Sardegna prenuragica
  • Valle dei Nuraghi

Andoriani || monili

Sunday, August 24th, 2008

Gli Andoriani sono una specie umanoide dell’universo fantascientifico di Star Trek. Nativi da una luna del pianeta Andor, Andoria, sono di una caratteristica carnagione blu, hanno due antenne sporgenti dal capo e un tipico taglio di capelli. Anche il loro sangue è di colore blu.


Cultura andoriana

Gli Andoriani si descrivono come specie storicamente violenta e incline alla guerra. Nel 2150 le loro armi non dispongono della regolazione “stordimento”.

Tengono molto alla famiglia e all’unità che essa deve comporre. I matrimoni andoriani sono formati dall’unione di quattro individui. La famiglia viene unita sotto uno stesso nome denominato keth molto simile alla forma del “clan” terrestre.

Gli andoriani hanno un dio, un essere proveniente dal pianeta Sha Ka Ree.

L’Accademia per le Arti andoriana è considerata una delle migliori accademie artistiche dell’universo conosciuto. Gli Andoriani producono una particolare bevanda blu molto alcolica, detta birra andoriana, ed esiste anche il tè andoriano. “Andorian blues” è uno stile musicale che sembra essere ispirato alla loro razza.

Gli Andoriani del film Star Trek indossano dei monili realizzati con delle pietre. Le donne indossano dei vestiti simili a kimono. Gli Andoriani utilizzano il flabbjellah, uno strumento musicale combinato con un’arma.


Aenar (The Aenar)

Sottospecie degli Andoriani, privi della caratteristica pigmentazione blu, ciechi e provvisti di forti capacità telepatiche anche a distanza. Considerata una specie mitica, all’inizio del XXI secolo è stata scoperta una comunità di poche migliaia di Aenar nella parte settentrionale di Andoria protetta da un campo di energia. Sono molto riservati, non concepiscono l’uso della violenza e pochissimi Andoriani hanno incontrato un Aenar di persona.


Storia andoriana

Nel loro passato gli Andoriani hanno combattuto una guerra atomica.

Hanno scoperto la propulsione a curvatura nel 1154.

Il primo contatto con i Vulcaniani fu promettente, sebbene le relazioni tra i due popoli si fossero guastate rapidamente. Si sono quasi distrutti a vicenda in una guerra svoltasi nella decade del 1950; nella decade del 2060 le due specie hanno impiegato sette anni per definire un trattato.

Gli Andoriani hanno terraformato un pianeta chiamato Weytahn che fu annesso dai Vulcaniani. Nel 2151 la Guardia Imperiale Andoriana ha scoperto una stazione di ascolto nel monastero vulcaniano di P’Jem e l’ha distrutta.

Nel 2153 la Guardia Imperiale invia una nave stellare nella Distesa delfica per cercare di catturare l’arma degli Xindi in modo da poterla utilizzare contro i Vulcaniani. Il comandante andoriano Shran si dimostra solidale durante la crisi Xindi subita dalla Terra nel 2161.

Nel 2161 gli Andoriani sono una delle razze fondatrici della Federazione dei Pianeti Uniti.

Nel 2260 gli Andoriani partecipano alla conferenza di Babel.

Nel 2270 molti Andoriani fanno parte dell’equipaggio della nave stellare USS Enterprise (NCC-1701-A), nel 2291 un dipinto di un pittore andoriano adorna la sala delle conferenza dell’Enterprise A.

Nel 2371 l’Andoriano gerontologo dott. Chirurgeon Ghee P’Trell viene insignito del Premio Carrington.

Tiberio Claudio Cesare Britannico || tenera la cui

Saturday, August 23rd, 2008

Tiberio Claudio Cesare Britannico (Roma, 41 - 55), secondo figlio dell’imperatrice Valeria Messalina e di Claudio, inizialmente si chiamava Cesare; il nome Britannico gli fu dato in seguito alla conquista della Bretagna attuata da Claudio.

Secondo il racconto di Tacito, Britannico fu fatto avvelenare dal fratellastro Nerone per poter assicurarsi il trono imperiale.

Altre fonti che non accettano la “guarigione” sostengono invece che venne stroncato, durante un banchetto, da un aneurisma provocato da una forte crisi di epilessia; male di cui Britannico soffriva sin dalla tenera età e che ne aveva minato la salute e l’aspetto fisico.

L’adozione di Nerone da parte di Claudio in apparente sfavore del figlio legittimo, fu forse determinata dal suo precario stato di salute.

Scienza dei materiali || materiali ceramiche bronzi monili

Saturday, August 23rd, 2008

La scienza dei materiali è un vasto campo basato sulla chimica, sulla fisica e in parte sull’ingegneria. Questa scienza tratta la progettazione, la produzione e l’uso di tutte le classi esistenti di materiali (inclusi i metalli, le ceramiche, i semiconduttori, i polimeri e i biomateriali) e l’interagire dei materiali con l’ambiente, la salute, l’economia e l’industria. Viene anche posta attenzione sull’utilizzo di metodiche analitiche, distruttive o non distruttive, di natura meccanica, chimica o fisica necessarie per lo studio delle proprietà dei materiali e per la determinazione della conformità relativa agli standard d’uso specifici.

La scienza dei materiali è focalizzata sullo studio della struttura microscopica dei materiali e le relazioni esistenti tra sintesi, lavorazione e proprietà finali dei materiali. Si possono definire in questi campi una fisica e una chimica esclusive dei materiali. Tutte le proprietà importanti per uno scienziato dei materiali sono quelle riguardanti le componenti strutturali-sensitive dei materiali che possono essere modificate significativamente tramite un cambiamento della composizione chimica del materiale, un cambiamento della disposizione atomica o molecolare tramite l’uso delle nanotecnologie per ottenere configurazioni cristalline (es. quarzo) oppure configurazioni amorfe (es. vetro). Altre modificazioni strutturali in grado di modificare le proprietà dei materiali sono le dimensioni, la forma e l’orientazione di un materiale cristallino o ancora il cambiamento di altre proprietà macroscopiche di un materiale solido.

Per capire quali proprietà di un materiale possono essere migliorate è necessario dapprima comprendere la relazione che esiste tra struttura del materiale e caratteristiche chimico-fisiche dello stesso, inoltre bisogna sapere come si può controllarne la struttura tramite trattamenti chimici, termici, meccanici o altre operazioni.

Alla base della scienza dei materiali c’è l’empirismo e l’esperimentazione come base per la scoperta di nuovi materiali. Da questo ultimo punto di vista si può inserire la scienza dei materiali in quella classe di scienze sperimentali quali fisica, chimica ecc. ecc. Nuove classi di materiali tipo superfluidi, semiconduttori, superconduttori e alcune leghe funzionanti ad alte temperature trovano le loro radici nella moderna scienza dei materiali.

A scopo informativo si fà notare che oggi esiste una relazione molto stretta tra crescita economica e progresso nella scienza dei materiali. È stato calcolato che nei paesi a economia avanzata l’attività nel campo dei materiali innovativi (elettronici, magnetici, ottici, per usi energetici, catalitici e ambientali) contribuisce in modo diretto o indiretto a formare il 30 o addirittura il 40% della ricchezza di una nazione.

Castiglioni || della cittadina umbra .

Friday, August 22nd, 2008

Castiglioni è un toponimo comune a diversi comuni italiani:

  • Castiglioni è una frazione di Arcevia, Castignano, Colli a Volturno, Nocera Umbra e Sassoferrato
  • Rifugio Castiglioni E. all’Alpe Devero è una frazione di Baceno
  • Rifugio Marmolada - Castiglioni è una frazione di Canazei

Castiglioni è un diffusissimo cognome lombardo, relativo ad esempio a:

  • Achille Castiglioni - Architetto e designer
  • Giovanni Castiglioni - Fondatore della Cagiva
  • Angelo e Alfredo Castiglioni - Archeologi, etnologi e antropologi


Voci correlate

  • Castiglion
  • Castiglione

Siderazoto || durezza nella

Friday, August 22nd, 2008

Il siderazoto è un minerale.

Contents


Abito cristallino


Origine


Giacitura


Forma in cui si presenta in natura


Collegamenti esterni

  • Webmin

Cascina Maggia || monili

Thursday, August 21st, 2008

La cascina Maggia si trova nell’omonima località del comune di Lonate Pozzolo.

Contents


Il nome

La cascina Maggia prende il nome dalla famiglia milanese Maggi, che nel cinquecento vantava proprietà in molte località dell’Alto Milanese. Tra l’altro i Maggi avevano vaste proprietà a Sant’Antonino Ticino nell’anno 1514; dal suo esponente Castellano Maggi prende il nome la Cascina Castellana, altra località in territorio di Lonate, presso il Naviglio Grande.


Storia


Le origini

Redigendo lo stato delle anime del 1574, i parroci di Lonate registravano la Cascina Maggia come cortile unico di proprietà del nobile Alfonso Gonzaga, moglie di una nipote di Castellano Maggi; lo stato delle anime parlava di un cortile abitato da cinque famiglie, per un totale di 26 persone. Un documento notarile del 1570 dà una descrizione sommaria della cascina, dicendola composta di edifici a due piani, dotata di un grande cortile, di un forno e di un pozzo.


Antiche mappe

Una mappa tardo-cinquecentesca dell’archivio di Stato di Torino, preparata per realizzare un progetto idraulico nella zona, disegna la Cascina Maggia chiusa da una insolita cinta esagonale e la colloca su di una strada che, venendo da Tornavento, sale verso Vizzola lungo la valle del Ticino.

Nella mappa catastale del 1722, voluta dall’imperatrice d’Austria Maria Teresa (catasto teresiano) la cascina, di pianta quadrilatera, appare raggiungibile da est dalla cosiddetta strada di Tribio, proveniente da Lonate, ed è sfiorata ad ovest dalla strada Tornavento-Vizzola.


La fine

Nel 1863 la Cascina Maggia venne acquistata dal milanese Gustavo Parravicino, capitano d’artiglieria nelle guerre d’indipendenza. Nel 1881 a valle della cascina si scavò il canale Villoresi. Nel 1912 la Cascina venne ampliata su disegno dell’ingegner Giulio Parravicino, figlio di Gustavo; allora la abitavano una cinquantina di persone, occupate parte nell’agricoltura, parte negli stabilimenti Parravicino e Gagliardi.

Dal secondo dopoguerra la cascina è lambita da cave di ghiaia. Mano a mano che l’agricoltura veniva abbandonata a vantaggio dell’industria, il caseggiato è stato via via sfoltito di parecchi dei preesistenti locali abitativi, e la popolazione residente si è progressivamente diradata fino a scomparire. Oggi ne sopravvive praticamente solo la chiesa.


La chiesa


L’oratorio della Consolata

La chiesa è meno antica della cascina: nella mappa teresiana dell’anno 1722, essa figura disegnata a nord-ovest della cascina; e, vista la collocazione a margine, la cappella è da ritenersi costruzione aggiuntiva al caseggiato quadrilatero. Risulta benedetta il 20 agosto 1740 da Giovanni Repossi, cappellano lonatese, dietro delega dell’arcivescovo.

Settecentesco è il portico antistante la chiesa, cosi come la torricella delle campane che sorge nella zona dell’altare, posto verso est. Settecentesco e di fattura popolare è anche l’affresco dipinto sopra l’altare: una Madonna con Bambino seduta sopra un seggio, largo e sobrio, fra tendaggi aperti e annodati. Il dipinto evidenzia i segni lasciati dai chiodi usati un tempo per appendere i monili, regalati alla Madonna della Maggia prima dai contadini della cascina ed in seguito dagli operai della cava.


Gli stemmi

Invece gli emblemi dipinti in alto sulle pareti che fiancheggiano l’altare, accompagnati da motti in latino, non sono affatto settecenteschi, nonostante quanto si crede. Lo stemma dipinto sulla parete sinistra rappresenta un cigno bianco in campo rosso, ed il motto sottostante, Par avi cigno, echeggia chiaramente il cognome Parravicino. Di più difficile interpretazione l’altro stemma, diviso in due campi: nel superiore si vede un’aquila nera, nel campo inferiore ossa da morto incrociate fra stelle. Il suo motto, Sustinent ossa triumphum, ha fatto pensare ad un ricordo della cruenta battaglia di Tornavento, combattuta nelle vicinanze nel 1636 fra truppe spagnole e franco-sabaude, costata almeno 2000 morti, nel quadro della Guerra dei Trent’Anni; invece si tratta dello stemma araldico della nobile famiglia Lossetti. Infatti l’ingegner Giulio Parravicino sposò nel 1898 la nobildonna Ines Lossetti Mandelli, erede dei nobili di Dairago. Verosimilmente è all’epoca del matrimonio che risalgono i due stemmi ai lati dell’altare.

La riapertura ufficiale della chiesa è avvenuta dopo i lavori di restauro effettuati nel 1988; oggi la chiesa è visitabile nei giorni feriali.


Voci correlate

  • Il comune di Lonate Pozzolo
  • La frazione di Tornavento
  • Il Canale Villoresi


Collegamenti esterni

  • L’oratorio della Consolata alla Cascina Maggia

Scilace || greco antico stear

Wednesday, August 20th, 2008

Scìlace (greco Skýlax) fu un antico navigatore greco che visse tra il VI e il V secolo a.C.

Nato a Carianda, nella Caria, fu il primo greco di cui abbiamo notizia ad esplorare tra il 519 al 516 a.C., per conto di Dario I, le coste della zona compresa tra il Mar Rosso, il Golfo Persico e l’Oceano Indiano.

Museo dell’Opera del Duomo (Orvieto) || Palazzo papale di Orvieto

Wednesday, August 20th, 2008

Il museo è sito in Piazza Duomo ad Orvieto (provincia di Terni).

Il museo ospita sculture e opere di varie epoche dal Duecento in poi, tra cui:

Terrecotte invetriate di Della Robbia, il reliquiario del cranio di San Savino, bozze su pergamena dei progetti del Duomo di Orvieto, autoritratto di Luca Signorelli, il polittico di Simone Martini e preziosi oggetti di arte orafa, ecc.

Trinacria (araldica) || suo nome al termine

Tuesday, August 19th, 2008

Trinacria è un termine utilizzato in araldica per indicare una testa femminile con tre gambe piegate da essa moventi

(Dal “Vocabolario araldico ufficiale”, a cura di Antonio Manno – edito a Roma nel 1907)

Con lo stesso significato è utilizzato anche il termine triquetra.


voci correlate

Triscele

Macedone || termine greco antico stear

Monday, August 18th, 2008

Il termine Macedone è usato per definire:

  • l’antica macedone - la lingua parlata in antichi regioni di Macedoni.
  • Macedoni - antico popolo di cui fu re Alessandro Magno.
  • macedone o slavo-macedone - la lingua parlata in Repubblica di Macedonia.
  • come aggettivo, o come aggettivo sostantivato, persona o cosa riferibile alla Repubblica di Macedonia. Vedi anche Lista di macedoni (slavi).
  • Macedone - antroponimo.

Monte Beigua || della Liguria.

Sunday, August 17th, 2008

Il monte Beigua è un rilievo montuoso della Liguria è alto 1286 m. sulla vetta decorre il confine tra il territorio comunale di Varazze e quello di Sassello. Fa parte del Parco naturale regionale del Beigua - Beigua Geopark.

Alla sua sommità è presente il Santuario Regina Pacis, facente parte dell’Arcidiocesi di Acqui Terme sovrastato dalla grande mole degli impianti di trasmissione radiotelevisiva, della RAI e di altre emittenti private, che permettono l’irradiazione del segnale in parte della Pianura Padana, nella Riviera e nell’entroterra Savonese raggiungendo anche la zona a nord della Corsica. Sulla vetta si trova anche un albergo con annesso ristorante pizzeria.

Dalle pendici meridionali del Monte Beigua nasce il torrente Arrestra, che sfocia nel Mar Ligure, facendo da confine fra i comuni di Varazze e Cogoleto e fra le province di Savona e di Genova.


Voci Correlate

  • Parco naturale regionale del Beigua
  • Comunità Montana Argentea
  • European Geopark


Collegamenti esterni

  • Comunità Montana Argentea
  • Parco del Beigua

Domus de janas || monili

Sunday, August 17th, 2008

Le Domus de Janas - (case delle fate o delle streghe o, secondo qualche studioso, case di Diana) - chiamate in sardo anche con il nome di forrus o forreddus -sono delle strutture sepolcrali costituite da tombe scavate nella roccia e dalle forme più svariate. Sono sovente collegate tra loro a formare delle vere e proprie necropoli sotterranee con in comune un corridoio d’accesso ed un’anticamera, spesso assai spaziosa e dal soffitto alto.

Si trovano in tutta la Sardegna, sia isolate che in grandi concentrazioni qualche volta costituite da più di 40 tombe. Ne sono state ritrovate più di 2.400 sparse su tutta l’isola (più o meno una ogni chilometro quadrato), ma molte rimangono ancora da scavare. Gli archeologi sostengono che siano state costruite tra il IV ed il III millennio a.C..

Sono state attribuite alla Cultura di Ozieri che in quel periodo sconvolse completamente il modo di vivere delle popolazioni sarde. Questa cultura fu propria di un popolo molto laborioso e pacifico, sicuramente venuto dal mare, dedito all’agricoltura (e non alla pastorizia), con una particolare religione che molto probabilmente portarono dalle isole Cicladi, luogo da cui si pensa provenissero: adoravano infatti il Sole e il Toro, simboli della forza maschile, la Luna e la Madre Mediterranea, simboli della fertilità femminile. Statuine stilizzate della Dea Madre sono state spesso ritrovate in queste sepolture e nei luoghi di religione.

Contents


Le varie archittetture

Le grotticelle funerarie sono state scavate su costoni in cui affiorava la roccia viva, una vicino all’altra così da formare nel tempo delle vere e proprie necropoli. Anche se presenti in tutto il Mar Mediterraneo, sull’Isola acquistano un carattere di unicità e straordinarietà per l’accurata lavorazione, per i caratteristici aspetti architettonici e le ricche decorazioni che richiamano quelle che furono le case dei vivi ma su scala ridotta (si pensa più o meno alla metà), dandoci però una precisa idea di come in realtà fossero fatte le case di questi contadini di cinquemila anni fa.

Si possono perciò trovare grotticelle a forma di capanna rotonda con il tetto a forma di cono, ma anche con spazi rettangolari e a tetto spiovente, provviste di porte e di finestre. Le pareti poi, venivano spesso ornate con simboli magici in rilievo, rappresentanti corna taurine stilizzate, spirali ed altri disegni geometrici.


Inumazione

Seguendo particolari riti, il defunto veniva trasferito da quella che durante la sua vita fu la sua casa abituale, in un’altra casa, secondo un antico principio ideale - proprio di queste genti - che presupponeva la continuità eterna dell’essere umano.

I corpi venivano deposti in posizione fetale e - si pensa - venissero dipinti con ocra rossa, così come le pareti della tomba stessa. Accanto alle spoglie venivano deposti oggetti di uso comune facenti parte del corredo terreno del defunto e si pensa anche che venisse lasciato del cibo per il viaggio verso l’ Oltretomba.

Il più famoso archeologo sardo, Giovanni Lilliu, su questo ergomento ha scritto che i cadaveri erano sepolti, non di rado, sotto bianchi cumuli di valve di molluschi. Ma tutti portando con se strumenti e monili della loro vita terrena: punte di frecce di ossidiana, coltelli e asce di pietra, ma anche collane, braccialetti ed anelli di filo di rame ritorto, e tante ceramiche.

Altre ipotesi sostengono che il corpo veniva lasciato all’aperto per scarnificarsi e solo dopo, quando era ridotto ad uno scheletro, veniva riposto nelle grotticelle.


Tecniche di costruzione

Resta ancora oggi un piccolo mistero la tecnica con la quale siano state realizzate, anche in considerazione del fatto che una gran parte delle tombe furono eseguite scavando rocce dure (talvolta nel granito compatto) con i soli strumenti di pietra, gli unici posseduti dai Neolitici. Molte di esse sono state comunque ottenute da strati di roccia calcarea, dunque tenera (tufacea), che ha consentito agli agenti erosivi un processo inesorabile di modifica (in taluni casi assai grave e irreparabile) dell’aspetto delle domus de Janas, sottraendo ad alcuni complessi varie parti architettoniche, quali coperture e colonne, per non citare purtroppo la mancata conservazione degli strati dipinti o delle incisioni parietali.


I vari complessi sepolcrali

Una località dove si trovano rimarcabili vestigia di Domus de Janas, è Sant’Andrea Priu a Bonorva dove la tomba del capo contiene ben 18 camere ed è considerata una delle più grandi del Mediterraneo. In periodo romano e poi in quello bizantino fu trasformata in chiesa rupestre, più volte intonacata ed dipinta con affreschi riferiti alle storie della Vergine, alla vita di Cristo e degli Apostoli.

I raggruppamenti più consistenti sono il complesso ipogeico di Anghelu Ruju presso Alghero, costituito da 36 ipogei, quello di Pani Loriga presso Santadi, e quello di Sant’Andrea Priu nei dintorni di Bonorva, ma sono comunque da segnalare altre presenze di Domus de Janas non meno importanti - per estensione ed interesse archeologico - in moltissime altre aree della Sardegna, come per esempio il complesso ipogeico che si trova a Pimentel in Trexenta, ancora parzialmente interrato e che conserva - sicuramente - altre importanti informazioni sulla storia di queste costruzioni.

Altri importanti siti si trovano a:

  • Brodu, ad Oniferi
  • Genna Salixi, a Sant´ Antonio Ruinas
  • Mandra Antine, a Thiesi
  • Mesu ‘e Montes ad Ossi
  • Necropoli di Montessu
  • Sas Concas, ad Oniferi
  • Sos Furrighesos ad Anela
  • Su Crocifissu Mannu a Porto Torres


Galleria immagini


Bibliografia

  • Lilliu, G.: La civiltà dei Sardi dal neolitico all’età dei nuraghi. Torino - Edizioni ERI - 1967.
  • AA.VV. La civiltà in Sardegna nei secoli - Torino - Edizioni ERI.
  • Aa.Vv., Ichnussa. Sardegna dalle origini all’età classica - Milano, 1981.
  • Moravetti A.: Guide archeologiche Sardegna 2 - 1995


Collegamenti esterni

  • Domus de janas di Arzolas de Goi - Nughedu Santa Vittoria (OR)


Voci correlate

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Chiesa dei Santi Apostoli (Costantinopoli) || monili

Saturday, August 16th, 2008

La Chiesa dei Santi Apostoli (greco: Άγιοι Απόστολοι, Aghioi Apostoloi) si trovava a Costantinopoli ed era una delle chiese più importanti della nuova capitale sin dai tempi della fondazione ad opera di Costantino I. La chiesa dei Santi Apostoli, a croce greca, divenne un modello per tutte le chiese successive dedicate agli apostoli, come la Basilica degli Apostoli di Gerasa o come la Basilica apostolorum fondata un secolo dopo a Milano da sant’Ambrogio da Milano.

Contents


L’epoca di Costantino

La chiesa, assieme alla cattedrale di Hagia Sophia (nelle forme primitive, non l’attuale capolavoro architettonico dell’epoca di Giustiniano I), fu fatta costruire da Costantino Stesso, ma solo dei Santi Apostoli l’Imperatore poté vederne anche il completamento dei lavori. Venne eretta nel punto più alto della città entro la cinta muraria, presso la Porta di Adrianopoli, ed era concepita come mausoleo imperiale.

Aveva la pianta a croce greca, e venne ricostruita da Giustiniano nel VI secolo, poi rifatta radicalmente diventando una moschea nel XV secolo, in seguito alla conquista turca, per poi venire di nuovo riedificata nel XVIII secolo, per cui oggi non resta traccia della costruzione originaria.

Le fonti antiche di epoca costantiniana la descrivono come un edificio splendidamente vasto, a pianta centrale e posta al centro di un cortile, lungo il quale correva un porticato con colonne e vi si trovavano esedre e fontane. Poco lontano si accedeva dal cortile a un complesso termale ed a una vera e propria residenza imperiale secondaria. In questo largo recinto, che assomigliava come impostazione all’antico deambulatorio della basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, era prevista l’accoglienza della folla, mentre le terme dovevano ristorare chi giungesse da lontano e il palazzo doveva dare alloggio ai futuri imperatori giunti in visita al mausoleo: tutto era predisposto per trasformare il luogo in meta di pellegrinaggio.

All’interno si trovava la tomba di Costantino, dove l’imperatore stesso aveva disposto che giornalmente si celebrasse la messa. Sulle pareti erano presenti dodici stélai, cenotafi o lapidi che ricordavano i dodici apostoli.

Nel 479 fu rifugio di Flavio Marciano, Procopio Antemio e Romolo, figli dell’imperatore d’Occidente Antemio che si erano ribellati contro Zenone e che furono arrestati proprio dentro la chiesa.


La ricostruzione di Giustiniano

Durante il regno di Giustiniano la chiesa venne completamente rasa al suolo e riedificata in dimensioni maggiori. Procopio di Cesarea riporta come la ricostruzione era stata voluta da Giustiniano stesso, mentre lo Pseudo-Codino attribuisce la decisione all’imperatrice Teodora.. Gli architetti furono Antemio di Tralle e Isidoro di Mileto. La consacrazione della nuova chiesa avvene il 28 giugno 550. Essa presentava una pianta a croce greca con cinque cupole, una per ciascun braccio più una centrale; il braccio occidentale si estendeva verso un atrio. Le preziose reliquie di Costantino e dei santi vennero rimesse nella nuova chiesa, mentre Giustiniano volle un mausoleo per sé e la sua famiglkia al termine del braccio nord.

Per più di settecento anni Santi Apostoli fu la seconda chiesa più importante di Costantinopoli, dopo la Hagia Sophia. Ma, rispetto alla basilica della Santa Sapienza, Santi Apostoli era nel cuore pulsante della parte nuova della città, sulla grande arteria chiamata “Mese”, per questo era senz’altro l’edificio di culto più frequentato della città. Molti impratori bizantini e patriarchi di Costantinopoli vi vennero sepolti.

Nel IX secolo fu rinnovata e forse ingrandita da Basilio I. Risale al X secolo una descrizione in versi ad opera di Costantino di Rodi, dedicata a Constantino VII Porfirogenito.


Le reliquie

Le reliquie più preziose della chiesa erano i teschi di Sant’Andrea Apostolo, di San Luca evangelista e di San Timoteo, i resti di San Giovanni Crisostomo e di altri padri della chiesa, santi e martiri.

Inoltre vi era conservata la cosiddetta colonna della flagellazione, alla quale si credeva che fosse stato legato Gesù Cristo.

La chiesa aveva anche uno straordinario corredo di tesori artistici e di oro, argento e pietre preziose donate dai fedeli.


Il Basso Medioevo

Un primo saccheggio avvenne ad opera dei veneziani durante la quarta crociata (1204), che aprirono i sepolcri imperiali e li derubarono di gioielli e monili. Raccontano i cronisti come la tomba dell’Imperatore Eraclio I fu saccheggiata della corona imperiale con ancora i capelli attaccati sopra. Alcuni di quei tesori si trovano abncora oggi nel tesoro della basilica di San Marco.

Quando Michele VIII Paleologo riprese la città fece erigere nella chiesa una statua dell’Arcangelo Michele per commemorare sé stesso e l’evento. La chiesa venne restaurata da Andronico II Paleologo all’inizio del Trecento, ma in seguito venne quasi abbandonata via via che l’Impero declinava e la popolazione di Costantinopoli diminuiva. Il fiorentino Cristoforo Buondelmonti riporta la visita alla chiesa nel 1420, che descrisse come molto sciupata.


Dopo la conquista ottomana

Nel 1453 Costantinopoli veniva conquistata dagli ottomani. La Santa Sofia venne trasformata in moschea, mentre il patriarca venne relegato da Mehmed II a Santi Apostoli, che divenne il centro della Chiesa greco-ortodossa.

La zona attorno alla chiesa venne però presto colonizzata dai turchi, che non tardarono a manifestare la propria ostilità a un luogo di culto cristiano in una zona così centrale della città. Il patriarca stesso decise allora di trasferire la sua sede alla chiesa di Pammakaristos nel distretto cristiano di Phanar.

Mehmet, piuttosto che convertire la chiesa in moschea, decise di abbaterla e di ricostruire un luogo di culto che fosse all’altezza del sito che occupava. Il risultato fu la moschea Fatih (Moschea del Conquistatore), dove si trova ancora oggi la tomba del primo sultano di Istanbul.

Non restano descrizioni iconografiche della chiesa dei Santi Apostoli dell’epoca di Costantino, e per quanto riguarda la chiesa giustinianea resta solo una miniatura nel Codice Vaticano 1162, oltre ad alcune descrizioni letterarie. La prima basilica fece da modello per gran parte degli edifici sacri a pianta centrale nel mondo europeo e mediterraneo; la seconda basilica sembra che assomigliasse molto fedelmente alla basilica di San Marco a Venezia e ad alcune altre chiese europee come la Cattedrale di Périgeux in Francia.

Kofinas || monili

Friday, August 15th, 2008

Kofinas è il nome di un municipio nella parte meridionale dell’isola di Creta affacciato sul mare libico. Dal punto di vista amministrativo appartiene alla Candia ed è parte della provincia di Monofatsio. Il capoluogo è Asimi.

Contents


Geografia

Il territorio è montuoso Vi si trovano le montagne costiere di Kofina, nude e selvagge dal versante interno, più verdi nel versante marino.


Accesso

Due sono le strade che conducono al municipio

  • Da Iraklio la strada passa da -Peza-Choudetsi-Pretirio-Asimi
  • Dal Sud la strda Mires-Loures-Asimi.

Il breve tratto di costa meridionale appartenente al municipio è di difficile accesso.
Da Iraklio funziona un servizio di autolinee.


Storia

I ritrovamenti archeologici attestano che il territorio di Kofina fu abitato in epoca minoica.
In località Argio vicino al capoluogo è stato rinvenuto un centro abitato di epoca ellenistica. In località Atsipades sono stati potati alla luce utensili dell’età del bronzo. All’ epoca del dominio veneziano vi fu costruito il castello di Bonifacio di cui si possono vedere i ruderi a Psilò Kastelli nella circoscrizione municipale di Akria.


Natura

  • La spiaggia e la gola di Tripiti
  • La grotta di Avakospilioo Varvako, vicino al monastero di Kodouma con stalattiti e stalagmiti
  • La grotta di Sant’Antonio più spettacolare della precedente ma di più difficile accesso. Dal monastero di Kouduna si dipana un sentiero percorribile a piedi in un’ora


Monumenti. Luoghi storici

  • Il monastero di San Giovanni Kodoumas, dedicato alla dormizione della Vergine giace su una baia della costa. La chiesa costuita in parte in una grotta è in una suggestiva posizione.


Centri abitati


Asimi

Asimi, un villaggio di circa 1.100 abitanti, è la sede del municipio. Costruito ad un’altezza di 290 metri dista 51 km da Iraklio. La prima menzione del villaggio è in un documento notarile risalente al 1280. Vicino ci sono i resti di una città ellenistica.


Atsipades

Atsipades è un villaggio posto su una collina di 460 metri in posizione dominante sulla circostante pianura di Messara.
È nominato per la prima volta in un documento del 1248 e il suo nome appare sempre nei censimenti successivi. Nei suoi dintorni si trovano numerose chiesette, fra cui la più interessante è quella di Agia Paraskevi se non altro per la sua posizione idilliaca vicino a sorgenti naturali in un luogo molto verde.


Kasteli

Sette km a nord de Asimi dove su una collina di 400 metri si trovano i ruderi della fortezza veneziana di Bonifacio


Dionysi

Villaggio sui fianchi dei monti Artemisi a 250 km di altezza. Deve il suo nome ad una chiesa dedicata a San Dionigi in cui onore si svolge una festa il 3 ottobre.


Panagia

Un altro villaggio sul fianco dei monti Artemisi, a 250 metri di altezza. Nelle vicinanze, in località Patera sono stati trovati monili ed idoli votivi dell’epoca minoica di mezzo, così come monete di epoca ellenistica e romana.


Sternes

Sternes, il cui nome significa cisterne, è un villaggio di 420 abitanti sulle falde dei monti Artemisi, ad un’altezza di 310 metri


Stoli

Stoli è un villaggio agricolo di 600 abitanti che forma quasi un’unica agglomerazione con il vicino paese di Inia.


Città gemellate

Marano sul Panaro (Modena), dal 2002.

Torre Annunziata || monili

Friday, August 15th, 2008

Torre Annunziata è un comune di quasi 50mila abitanti della provincia di Napoli.

Si trova ai piedi del Vesuvio e si affaccia sul golfo di Napoli, precisamente in una piccola insenatura che ha un importante ruolo, infatti ha reso torre annunziata il terzo porto della regione Campania. Stazione termale (terme vesuviane) e balneare, in passato fu sede di industrie metalmeccaniche (Deriver, Dalmine) ed alimentari (centinaia di pastifici fino all’incirca al 1950 ad oggi è attiva soltanto un’azienda, “Pasta Setaro”), oggi ospita industrie nautiche (Aprea Ferretti) e farmaceutiche.

Contents


Gli scavi di Oplonti

Nel suo territorio - che la * Tabula Peutingeriana indica con il sito di Oplonti - è stata portata alla luce una delle più ricche e sfarzose ville di epoca romana (I secolo a.C.) presumibilmente appartenuta alla Gens Poppea e forse dimora estiva di ricchi pompeiani. In particolare si crede che tale villa sia appartenuta a Poppea Sabina, seconda moglie di Nerone.
In anni più recenti è stata scavata e riportata alla luce altra imponente costruzione rustica d’epoca romana tra le cui mura sono stati rinvenuti gioelli e monili forgiati con ammirevole tecnica orafa .
L’Unesco ha designato il sito archeologico di Oplonti, situato nel comune di Torre Annunziata, come Patrimonio dell’umanità.

  • Villa di Poppea,

Oplontis doveva essere quello che Portofino e Capri sono per noi oggi. Un richiamo per nobili. Ma l’eruzione del Vesuvio (nel 79 d.C.) ha cancellato le sue tracce e il suo nome è stato dimenticato per essere trasformato in quello di Torre Annunziata
Eppure Oplontis, ormai stretta tra i condomini, è ancora lì, bella e dimenticata e a chi la visita suggerisce come doveva essere quando ospitava la Roma bene. Tra i suoi frequentatori annoverava infatti anche Poppea, la moglie di Nerone.

Oggi gli scavi hanno portato alla luce quella che gli studiosi ritengono fosse la sua villa,un complesso residenziale, dove ambienti di uso comune si alternano a saloni destinati a ospitare feste e banchetti. Le pareti delle stanze, inoltre, conservano le tracce di affreschi con scene di bagnanti, maschere, uccelli e cesti di fiori e frutta, tutto in un’ esplosione di fantasia, colori e lusso.

  • Villa B o di Lucio Crasso Terzio,

La seconda imponente villa, ancora in via di scavo, è quella di Lucio Crasso Terzio. Porticati e peristili, giardini e terme, una piscina dalle dimensioni olimpioniche, statue e gioielli: questo il tesoro archeologico della villa.

  • Villa Caio Siculi,

Imponente villa, scoperta durante lo scavo della trincea per la costruzione della strada ferrata in prosecuzione da Portici verso Torre Annunziata, è quella di Caio Siculi. Fu riseppellita e troncata in due per detta strada ferrata, i reperti rinvenuti furono trasportati al *Museo archeologico nazionale di Napoli.Noto l’affesco raffigurante il mito di Narciso ed Eco.

  • Antiche Terme di Marco Crasso Frugi,
  • Petra Herculis, (*Rovigliano)


Storia della città

I primi abitanti della valle del Sarno furono gli Osci. Nell’ VIII secolo a.C. seguirono i Greci e poi gli etruschi. Verso la fine del V secolo iniziò in Campania la dominazione sannita, spazzata via dai Romani solo nell’ 89 a.C.. Inizia così la storia di Torre Annunziata con l’antica Oplonti, che ospita le ville di Poppea e di L.Crasso Terzo. L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. distrusse tutto, dando inizio ad un periodo oscuro di circa un millennio durante il quale comparve una fitta vegetazione, la Silva Mala, infestata da belve e ladroni. Verso l’anno 1000 si ebbero alcuni stanziamenti di abitanti presso il mare, dediti alla pesca e all’agricoltura, che man mano ripopolarono tutta la zona. Durante la dominazione Angioina, Raimondo Orsini del Balzo conte di Nola fece costruire una Torre per la difesa (circa nel 1300). Nel 1319 Carlo d’Angiò, Carlo, Duca di Calabria donò questa terra a dei fedeli, Guglielmo di Nocera, Puccio Franconi di Napoli, Andrea Perrucci di Scafati, Matteo di Avitaya (Avitabile) che fondarono una chiesa dedicata alla Vergine Annunziata, un piccolo monastero e un ospizio nel luogo detto Calcarola. Tutto il casale prese, quindi, il nome di “Torre dell’Annunciata” e si sviluppò affianco a quello di “Terra Vecchia” (a Nord). Nel periodo Aragonese (1415) la regina Giovanna II d’Angiò donò il Casale e parte della Silva Mala, in feudo ad un amalfitano, Niccolò D’Alagno. Il feudo si estese furono costruiti mulini e una zecca alla foce del Sarno per sfruttare le sue acque. La borgata di Torre dell’Annunziata si ampliò urbanisticamente con la costruzione, prima di nuove chiese e poi di case. L’eruzione delVesuvio del 1631 distrusse quasi completamente tutta la zona e le borgate, ma la ricostruzione iniziò subito, richiamando gente anche dalla costiera Sorrentina. Durante il periodo Borbonico Torre dell’Annunziata e Terra Vecchia si unirono nell’unica Torre Annunziata. Carlo di Borbone, re di Napoli, diede un importante impulso industriale facendovi costruire nel 1758 l’attuale Fabbrica d’armi, che si affiancò allo sviluppo dei mulini e dei pastifici per l’afflusso sempre maggiore di popolazione, segnando così l’inizio del 1800, secolo d’oro della città. Dal 1810 al 1815 Torre Annunziata divenne Gioacchinopoli, regnando a Napoli Gioacchino Murat che finalmente fece cessare ogni dominio feudale. Nel 1844 sotto la restaurazione Borbonica si prolungò la ferrovia da Portici fino a Torre Annunziata e poi fino alla Calabria. Con il Regno d’Italia, nel 1871, furono terminati i lavori del porto e dello scalo marittimo delle ferrovie. Si ebbe un notevole sviluppo commerciale con importazione di grano e carbone, e un’esportazione mondiale di paste alimentari. Alla fine dell’800 Torre Annunziata era un immenso pastificio che assorbiva il 60% della forza lavoro. Nel 1887 nasce la Ferriera del Vesuvio e nel 1898 la ferrovia Circumvesuviana. Le attività industriali fiorirono fino alla II guerra mondiale, nonostante le eruzioni del Vesuvio del 1906 e la I guerra mondiale. Il 1943 fu l’anno della crisi dell’ arte bianca.


Madonna della Neve

Ogni singolo cittadino oplontino che si rispetti porta con sé un’ immagine della Madonna della Neve madre e protettrice dell’ intera cittadinanza oplontina.La taumaturga immagine di Maria ss. della Neve è oggi venerata nel santuario dell’ ave gratia plena.
La storia dell’ edificazione della basilica è lunga e secolare; quattro cavalieri del regno: Guglielmo da Nocera, Matteo Avitabile, Puccio Francone ed Andrea Petrucci chiesero al re Carlo D’Angiò un appezzamento di terreno su cui edificare una cappella in onore della beata vergine dell’ Annunziata . Il re accolse la richiesta ed emise il diploma il 19-09-1313. Nacque così la cappella con un quartiere di case e un piccoolo ospedale che stavano a costituire la torre dell’ Annunciata. Lunga è anche la storia dell’ icona che oggi i torresi custodiscono gelosamente. Una mattina del 5 agosto della metà del XIV secolo alcuni pescatori torresi, mentre solcano le acque del mare nelle prossimità dello scoglio di Rovigliano,videro una cassa ermeticamente chiusa che, cullata dalle onde, s’ inoltrava verso la spiaggia oplontina. si avvicinarono trepidanti alla cassa,e,trattala con cautela in una delle barche cominciarono ad aprirla sperando in un tesoro nascosto. grande fu la meraviglia e profonda la commozione. sul posto si trovavano anche dei pescatori stabiesi reclamanti , anch’ essi, la Sacra Icona. tra torresi e stabiesi si accese una violenta lite per il possesso dell’ immagine, per cui si ricorse ad un perito del tempo. questi sentenziò che il ritrovamento di detta immagine, essendosi verificato oltre il fiume sarno, l’ immagine stessa apparteneva ai torresi. per torre Annunziata, da quel 5 agosto, cominciò un’ era di celesti favori e di segnalate grazie, che, col fervore religioso del popolo segnarono l’ inizio di ricchezze per il popolo stesso. in ogni calamità e bisogni, il popolo torrese ha sperimentato la protezione di questa mistica e prodigiosa neve:
- nelle incursioni barbariche;
-nelle altre calamità;
- nelle eruzioni vesuviane: 1534- 1631- 1764- 1777- 1794- 1822- 1825- 1826- 1851- 1855- 1861- 1865- 1872- 1891- 1906- 1929- 1944.
Nel cuore dei torresi sono rimaste scolpite le seguenti date: 16 novembre 1631, 6 giugno 1794, 22 ottobre 1822, 8 aprile 1906, 24 marzo 1944.
Nel 1922 per il centenario dell’ eruzione del 1822 il Vaticano decretò l’ incoronazione della Madonna.


Torresi illustri

  • Gino Alfani, ex-sindaco
  • Carlo Avallone, ammiraglio di squadra
  • Antonio Amodio, vice console dell’Impero Russo
  • Ernesto Cesàro, matematico
  • Aurelio De Laurentiis, produttore cinematografico
  • Dino De Laurentiis, produttore cinematografico
  • Tullio De Mauro, linguista
  • Giampaolo Di Paola, capo di stato maggiore della difesa
  • Paolo Morrone, generale, ministro della guerra
  • Maria Orsini Natale, scrittrice e giornalista
  • Patrizia Pellegrino, attrice e showgirl
  • Michele Prisco, scrittore
  • Pasquale Vitiello, Artista (Pittore - Affreschista - Scultore - Incisore)


Personalità legate a Torre Annunziata

  • Lucrezia d’Alagno, feudataria
  • Gabriele Manthoné, militare e patriota italiano
  • Vito Nunziante, generale
  • Poppea, imperatrice


Storia recente

Purtroppo la storia recente è stata scenario di innumerevoli atti criminosi collegati alle cosche camorristiche locali che hanno oscurato la cittadina e ne hanno impedito ogni possibile sviluppo socio economico. Oggi la città è abbandonata a se stessa. Negli anni ottanta, dagli ambienti della malavita torrese e non solo, fu portato a compimento l’omicidio del giornalista Giancarlo Siani.

L’intervento pubblico a partire dagli anni Novanta per fronteggiare la crisi economico e sociale che ha riguardato l’intera area con la chiusura dei principali stabilimenti localizzati a Torre Annunziata si è espresso attraverso la Programmazione negoziata, ovvero la stipula con le parti sociali di un Contratto d’Area “Torrese-Stabiese” al fine di riutilizzare le aree industriali dismesse con nuove iniziative imprenditoriali e fronteggiare la disoccupazione a livello locale. Il contratto d’area è stato gestito dalla TESS che attualmente, divenuta agenzia di sviluppo locale, si occupa di un’area più vasta denominata “Costa del Vesuvio” che unisce l’area torrese-stabiese e quella attigua precedentemente interessata dal Patto territoriale del Miglio d’Oro.
Recentemente,inoltre, il comune oplontino ha attuato un gemellaggio con una cittadina francese:
“La Ciotat”.


Chiese cattoliche

  • Arcidiocesi di Napoli,
Santuario dello Spirito Santo, Immacolata Concezione,SS.Trinità, Santa Maria del Buon Consiglio e S.Antonio, Sacro Cuore di Gesù, San Pasquale e Santa Teresa,
  • Diocesi di Nola,

Basilica Ave Gratia Plena o Santuario della Madonna della Neve dove è conservata l’ immagine della Madonna Della Neve, *Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, Maria SS. del Carmelo, San Francesco di Paola, e la Chiesa dedicata a “SAN GIUSEPPE” sita alla via Plinio n.361 in località “Croce di Pasella” (ai confini con Pompei, costruita nel 1907 come cappella gentilizia di una nota famiglia della zona, finita dal venerabile “EUSTACCHIO MONTEMURRO” e dal BEATO”BARTOLO LONGO”, eretta a parrocchia nel 1967, restaurata totalmente nel 2006);

  • Prelatura di Pompei,

San Michele Arcangelo a Cattori (Quartiere Rovigliano)


Chiese di altri culti

  • Evangelica Luterana,


Palazzi e Ville

Torre Annunziata ha numerosi palazzi storici, tra cui: nel quartiere Annunziata, Palazzo * Dentice di * Frasso - Massarenghi (già Fortellazzo dei * d’Alagno), nel quartiere Grazie, Palazzo del Principe di Genzano (Taverna di Basso), nel quartiere Terravecchia, Palazzo Colonna, Palazzo Montella (del Plebiscito), Palazzo Criscuoli (già Gargani), Palazzo Fienga, Palazzo * Pignatelli di Monteleone (già * Piccolomini d’* Aragona), Palazzo e Villa della Storta Rota (già Monte del Parnaso), Palazzo Coccoli, Palazzo delle Terme Manzo, Palazzo Pagano e Cirillo, Villa Vitelli, nel quartiere Oncino, Villa Ciniglio, Villa Carlo Rossi * Filangieri, Villa Guarracino (già Teresa Rossi * Filangieri), Villa Carlotta Rossi * Filangieri, Villa Luisa Faraone Mennella, Palazzo Masseria Villarosa, Villa Pagano, Villa Lettieri.


Trasporti e vie

La città di Torre Annunziata è servita da 4 stazioni ferroviarie,3 delle Ferrovie dello Stato e una della Circumvesuviana.I nomi delle stazioni FS sono: Torre Annunziata Centrale(sede a piazza Imbriani), Torre Annunziata Città (sede a piazza Nicotera) e Rovigliano (fermata). Dalla stazione Centrale si dipartono 2 linee FS:Torre Annunziata - Cancello e Torre Annunziata - Castellammare di Stabia - Gragnano. Dismessa è la Stazione di Torre Annunziata Marittima.
Torre Annunziata dispone del servizio autobus offerto dalla Circumvesuviana e di un porto con silos.
Le vie principali sono: Corso Umberto I,Via Gino Alfani,Via Gambardella Via Pasquale Fusco,Via Caravelli,Via Prota,Corso Vittorio Emanuele III,Via Roma,Corso Garibaldi,Via dei MIlle,Via Maresca Viale Marconi,Via Terragneta e Rampa Nunziante.


Sport e Associazioni sportive

In ambito sportivo la formazione calcistica del Football Club Savoia 1908 è una delle squadre più antiche d’Italia.La città di Torre Annunziata è fornita di 2 circoli di tennis:”Tennis degli amici”(2 campi in terra rossa) e “Tennis club Lido Azzurro”(1 campo in terra rossa).Questo ultimo è stato chiuso a causa dalla vicende legata alla morte del gestore dell’ attiguo stabilimento balneare Lido Azzurro. Torre dispone di 2 squdre di basket:”Savoia Basket”e “C.B.T.A.” e due di Pallavolo: “Oplonti Volley” e “Fiamma Torrese”.


Giornali

A Torre Annunziata sono presenti diversi periodici:”La Voce della Provincia”,”Lo Strillone” ,Torre Sette,”Tg Cooper” e “Alè Savoia”,ed è diventata dal 2007 sede del quotidiano regionale “Metropolis”, che prima aveva sede nella vicina Castellammare di Stabia.


Altri progetti


Collegamenti esterni

  • Area Vesuvio
  • Torremania.it - Ercolano, Torre del Greco e Torre Annunziata Community


Evoluzione demografica

Tifinagh || monili

Friday, August 15th, 2008

Tifinagh (pronuncia: [tifinaɣ]) è il nome della scrittura dei tuareg, popolazione berbera del Sahara: una scrittura che discende dalle più antiche forme di alfabeto libico-berbero, già attestate nelle iscrizioni libiche del I millennio AC. Propriamente, tifinagh è il plurale di tafineqq, termine di uso più raro, che indica una sola lettera di tale alfabeto.

Contents


Origini, storia

Sull’origine del nome di questo alfabeto non vi è unanimità di consensi, ma la maggioranza degli studiosi è propensa a ritenere che in origine vi fosse un termine latino punica, o punicae (litterae), che avrebbe fatto allusione non tanto ad un origine fenicia dell’alfabeto (che sembra alquanto improbabile) quanto ad un uso scrittorio “alla cartaginese”. Oggi tra i militanti della rivendicazione culturale berbera è molto diffusa un’etimologia affascinante ma poco probabile, a partire da un’espressione berbera tifin-negh “il nostro ritrovato”, “la nostra invenzione”. (Si può qui vedere un sito che difende tale interpretazione)

Comunque sia, è certo che questo alfabeto proviene da una lunga tradizione. Oltre alle iscrizioni libiche dall’antichità, che risalgono anche al I millennio AC, vi sono anche numerose “iscrizioni sahariane” antiche, di non facile interpretazione, che sembrano attestare una fase intermedia tra questa antica e la fase attuale. Un aspetto interessante della “riscoperta” della propria cultura da parte di molti Berberi di oggi è poi la creazione di nuove varietà di alfabeto per meglio trascrivere i dialetti berberi moderni diversi dal tuareg: le “neo-tifinagh”.


Iscrizioni libiche

  • Nelle iscrizioni libiche sono stati identificati due tipi di alfabeto, uno orientale e uno occidentale;
  • La forma occidentale si ritrova a partire dalla Cabilia (Algeria) fino al Marocco e alle Isole Canarie. La forma orientale è tipica invece della regione di Costantina, dell’Aurès e della Tunisia;
  • La meglio conosciuta è la forma orientale, decifrata soprattutto grazie a un paio di lunghe iscrizioni bilingui libico-puniche, con cui si sono determinati i valori di 22 segni su 24;
  • L’alfabeto libico occidentale comporta 13 lettere supplementari e, secondo J. Février (1964-65), sarebbe più primitivo, mentre il libico orientale sarebbe influenzato dalla scrittura punica;
  • L’alfabeto libico è rigidamente consonantico. Anche le consonanti geminate non vengono notate;
  • La maggior parte delle iscrizioni è costituita soltanto da brevi dediche a un defunto, e contengono prevalentemente nomi propri di persona o di tribù, oltre a titoli e cariche rivestite;
  • La direzione della scrittura non è fissa (ma è prevalentemente dal basso verso l’alto).


Iscrizioni sahariane

Le iscrizioni sahariane contengono un alfabeto “tuareg antico”, in cui vi sono alcuni segni non presenti nelle tifinagh odierne, come il tratto verticale per notare la vocale finale /a/.

Non è ben chiaro a che epoca risalgano, ma sembra che le iscrizioni più recenti arrivino a un paio di secoli fa. Le modalità di passaggio dal libico al sahariano ci sono ignote. Non si sa se questi alfabeti fossero contemporanei delle forme libiche o successivi.

Con tutte queste incognite, non è ben chiaro come abbia fatto Ch. de Foucauld ad ottenere il valore fonetico dei loro segni, che registrò e trasmise nei suoi studi sulla lingua dei Tuareg.


Caratteristiche dell’alfabeto tifinagh

Nel vasto territorio occupato dai tuareg è possibile rilevare numerose varietà dell’alfabeto. Anche se un buon numero di segni restano invariati, ogni regione ha le proprie peculiarità. In genere, comunque, i testi sono abbastanza intelligibili anche da parte di tuareg di altre regioni, dal momento che la maggior parte delle differenze grafiche hanno a che fare con le differenze fonetiche dei vari dialetti, che in generale sono ben note ai parlanti.


Senso di scrittura, ordine alfabetico

Tradizionalmente non esiste un senso di scrittura obbligatorio. Statisticamente è molto frequente il senso verticale dal basso verso l’alto, ma sono diffusi anche quello orizzontale da sinistra a destra o da destra a sinistra. Spesso poi la scrittura si sviluppa “bustrofedicamente”, cioè senza andare a capo per riprendere a scrivere all’inizio della riga, ma semplicemente continuando a scrivere, arrivati alla fine della riga, “girando” le lettere e ripartendo nella riga successiva in senso inverso alla precedente.

Diverse lettere si modificano a seconda della direzione della scrittura, e possono apparire dunque speculari o ruotate di 90° rispetto alla forma “base”. Per esempio, la lettera “m” si scrive [ se il senso è da sinistra a destra, ma ] se la scrittura va da destra a sinistra. Esiste inoltre una breve formula, awa nekk “questo sono io…” che viene tradizionalmente posta all’inizio di ogni scritta, rendendo immediatamente chiaro dove comincia il testo.

Non esiste neppure un “ordine alfabetico”, anche se molti autori ricordano una formula “mnemotecnica” che è considerata contenere se non tutti, gran parte dei segni dell’alfabeto: « Fadîmata ult Ughnis, aghebbir-nnit ur itweddis, taggalt-nnit märaw iyesân d sedîs .» («Fadimata, figlia di Ughnis: le sue anche non si toccano, (e se vuoi farlo), la sua dote è di sedici cavalli.»)


Consonanti, vocali, segni “biconsonantici”

L’alfabeto tifinagh, come già l’alfabeto libico, è essenzialmente consonantico (quello che viene definito un abjad), vale a dire non “trascrive” i suoni vocalici.

In realtà, come già si osserva nelle iscrizioni sahariane, questo alfabeto dispone di un segno (per la precisione un punto, detto teghrit) usato solo per notare le vocali finali. Nelle regioni dell’Ahaggar, di Ghat e dell’Adrar, questo segno si usa solo per la vocale a. Le vocali i e u vengono notate con i segni corrispondenti alla semivocali y e w. Gli altri dialetti lo impiegano per tutte le vocali finali (e, secondo Ch. de Foucauld,anche per quelle iniziali), senza distinzioni.

Tra le tribù marabuttiche della regione di Timbuctu, si è osservato l’impiego dei segni dell’arabo per indicare le vocali brevi.

Un altro aspetto caratteristico di questa scrittura è l’esistenza di segni “biconsonantici”, che si usano per trascrivere due consonanti successive che non siano separate da una vocale. Questi segni biconsonantici variano da regione a regione, ma sono presenti quasi dovunque per indicare gruppi che finiscono per t (per esempio st, rt, ecc.), oppure che iniziano per n (per esempio nk, nd, ecc.)

Anche i nomi delle lettere variano da regione a regione. A Ghat, la pronuncia è del tipo ya+valore consonantico (per esempio /b/ si legge yab, /d/ yad, ecc.) Nell’Aïr e presso gli Iwellimmiden, si ha invece e+valore consonantico (geminato)+a: /b/ ebba; /d/ edda, ecc. Più a sud si ha una variante con a: abba al posto di ebba.


Usi della scrittura

A parte rari casi di utilizzo per la scrittura di testi di una certa lunghezza, le tifinagh dei tuareg sono di solito usate per iscrizioni su oggetti (monili, armi, tappeti, ecc.), oppure per giochi enigmistici (spesso a scopo amoroso) e per epitaffi.

Sembra che un uomo su tre e una donna su due siano in grado di scrivere con questo alfabeto senza esitazioni. Negli ultimi tempi la grafia tifinagh ha cominciato ad essere impiegata come supporto pedagogico nelle campagne contro l’analfabetismo.


Le “Neo-tifinagh”

Sul finire degli anni Sessanta, nacque a Parigi una associazione culturale, l’Académie berbère (AB), che si prefisse, tra l’altro, lo scopo di elaborare un alfabeto standard, a base tifinagh, per trascrivere anche i parlari berberi del Marocco e del nord dell’Algeria. A tale scopo era necessario sia creare dei simboli per le vocali sia creare dei segni che rendessero quei suoni dei parlari berberi del nord che non esistono nel sistema fonologico tuareg (in molti casi si tratta di suoni tipici dell’arabo, lingua alla quale i parlari del nord hanno attinto una grande quantità di prestiti, e che invece ha avuto un impatto molto minore sulla lingua dei tuareg).

Dopo questo primo tentativo, numerosi altri sistemi di alfabeti analoghi sono stati creati, vuoi da associazioni culturali (per esempio la rivista marocchina Tifinagh o l’associazione Afus Deg Wfus di Roubaix) vuoi da parte di singoli studiosi (per esempio Salem Chaker), il che ha finito per complicare il panorama delle neo-tifinagh rendendo sempre più ardua una scelta.

Recentemente il Marocco ha creato un ente destinato a farsi carico del rilancio della cultura amazigh nel paese (IRCAM, Istituto Reale della Cultura Amazigh), e una delle prime decisioni dell’IRCAM è stata quella di optare, per la scrittura del brebero, per un alfabeto neo-tifinagh di propria invenzione, che avendo l’avallo di un ente statale è diventato un autorevole standard di riferimento, che è stato successivamente integrato nello standard Unicode.


Collegamenti esterni

  • Hapax.qc.ca - Un font di caratteri tifinagh (lista Unicode)
  • Mondeberbere.com - Una serie di pagine dedicate a storia e descrizione dell’alfabeto tifinagh
  • Intervista con M.Ammar Negadi, ex-membro dell’Académie berbère
  • Un testo tuareg con trascrizione in tifinagh (tradizionale ma con l’aggiunta delle vocali) (documento in pdf)

Lingua creola delle Antille || provenienti da due tombe

Thursday, August 14th, 2008

Il creolo delle Antille è un idioma creolo derivato dal francese e parlato nelle Antille minori. Sia la grammatica che il vocabolario contengono inoltre elementi di derivazione caribica e africana. Pur essendo imparentato con il creolo haitiano, possiede una serie di elementi caratteristici.


Diffusione

Il creolo delle Antille è diffuso in diverse isole caraibiche: Dominica, Grenada, Guadalupa, Martinica, Saint-Barthélemy, Saint Lucia, Saint Vincent, Trinidad e Tobago. Il numero dei parlanti si aggira intorno al milione.
Rispetto al passato, tuttavia, il creolo della Antille risulta oggi meno diffuso. La causa principale di questo declino è dovuta alla colonizzazione inglese: quando, tra il XVII e il XIX secolo, gli inglesi sottrarono ai francesi diverse isole caraibiche, l’inglese si affermò come lingua ufficiale, relegando il creolo in una posizione di inferiorità. Il creolo francese risulta così scomparso dall’isola di Tobago (dove un tempo era la lingua della maggior parte della popolazione) e anche il numero dei parlanti a Grenada è in costante declino. Al contrario, in Dominica (dove è chiamato Kwéyòl) e a Saint Lucia il creolo sta sperimentando una fase di rinascita: pur essendo l’inglese lingua ufficiale di entrambi gli stati, il creolo francese è passato dall’essere considerato segno di basso status socio-economico ad un elemento di orgoglio nazionale. I due stati, inoltre, fanno parte de La Francophonie.


Esempi

  • Buongiorno-Boujou .
  • Per favore-Souplé .
  • Grazie-Mèsi .
  • Mi scusi-eskizé mwen.
  • La pioggia cade-Lapli ka tombé Lapli ap tombe.
  • Oggi è un bel giorno-Jodi-a sé yon bel jou Jodi-a bel.
  • Come va?-Sa ka fèt? Sa kap fet.
  • Anne è mia sorella/madre-Anne sé sè/manman mwen.
  • Andy è mio fratello/padre/marito-Andy se fwè/papa/mari mwen.
  • Lui sta andando in spiaggia-li ka alé a laplaj.

Parco archeologico Champaner-Pavagadh || archeologico nazionale di

Tuesday, August 12th, 2008

Il Parco archeologico Champaner-Pavagadh è un sito inserito nel 2004 nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO. Esso si trova in India e contiene al suo interno numerose rovine dell’antica capitale dello stato indiano del Gujarat, risalente al XVI secolo, come pure edifici più antichi (fino all’VIII secolo).

Si tratta dell’unica città islamica risalente all’epoca precedente l’avvento del Gran Mogol e rimasta immutata nel suo stato originario. A partire dagli ultimi anni del XX secolo è stata condotta un’importante campagna di restauro.


Collegamenti esterni

  • Pagina del sito dell’UNESCO relativa al Parco archeologico Champaner-Pavagadh